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Nella foto Autobianchi Bianchina cabriolet, 1968

Bianchina, la fuoriserie di serie

di Enrico Barabino

Il 16 Settembre 1957 al Museo della Scienza e della Tecnologia di Milano viene presentata la prima vettura prodotta dall’Autobianchi: la Bianchina modello Trasformabile, contraddistinta dalla sigla di progetto 110 B. Il nome Trasformabile, è stato scelto per due motivi: la rapidità con cui si trasforma da chiusa a scoperta, una volta abbassata completamente la capote in tela vinilica, e per un omaggio alla prima auto costruita da Edoardo Bianchi nel 1899, mossa da un monocilindrico da 5 CV. Una folla di fotografi, giornalisti ed inviati speciali attornia gli eccezionali padrini intervenuti alla presentazione della Bianchina Trasformabile, un rappresentativo connubio di quello che era il mondo industriale automobilistico italiano alla fine degli anni cinquanta. A bordo della vettura siede un giovane Gianni Agnelli, circondato da Alberto Pirelli, Giuseppe Bianchi e dal Presidente della Fiat, Vittorio Valletta. I giornalisti presenti all’evento enfatizzano la presentazione, incensando la Trasformabile con elogi tipo “La Bianchina è entrata ieri ufficialmente in società, anzi nella migliore società….” Il suo successo è stato pieno ed immediato perché si è presentata graziosamente, in una veste attraente, indovinatissima, come si conviene ad una dama dell’aristocrazia.” Immediato per i giornalisti, ma anche inevitabile per gli appassionati, il confronto diretto tra le due neonate vetture utilitarie italiane, la Fiat 500 e l’Autobianchi Bianchina Trasformabile, confronto che penalizza impietosamente la creazione torinese, vettura che fa della spartanità, della essenzialità il suo credo e mal regge il confronto con la “ricca cugina milanese”, denominata subito dalla stampa “l’utilitaria di lusso” e “la fuoriserie di serie” per la sua linea completamente nuova, molto più moderna, decisamente più vezzosa, armoniosa e meglio rifinita rispetto a quella della Fiat 500. L’inedita carrozzeria, più bassa e robusta, il parabrezza panoramico, le codine posteriori verticali la distinguono immediatamente dalla forma un po’ anonima della Fiat 500.

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La Trasformabile si presenta estremamente curata in tutti i particolari, quasi americaneggiante, con profusione di cromature e di contrasti bicolori, mentre la Fiat 500 è una vettura povera, poco più che uno scooter, come desiderato ed imposto dai vertici torinesi, senza riscaldamento, con i vetri portiere fissi, con rifiniture ridotte al minimo. La Bianchina propone una scelta di colorazioni in ben nove tinte, tutte bicolori, offre di serie i ricercatissimi pneumatici a fascia bianca modello “Rolle” (poi diventati “Sempione”), l’impianto di riscaldamento interno, l’impianto di aerazione forzata del parabrezza con elettroventilatore, eleganti finiture cromate esterne, elevato grado di finitura dei pannelli porta e dei sedili, anteriori e posteriori, bicolori e molto confortevoli, un’inedita elegante e completa strumentazione comprendente l’indicatore di livello del carburante. Cosa dire poi della migliore e più razionale abitabilità interna, che consente alla Bianchina di spuntare una omologazione 2+2 (anche a due adulti possono “incastrarsi“ nei posti posteriori, a costo di qualche contorsionismo), mentre la cugina torinese viene omologata, per scelta dei vertici Fiat, con due posti secchi e senza panchetta posteriore. E’ una realizzazione da incorniciare per i progettisti milanesi che, pur partendo dall’identica base, con la stessa meccanica, raggiungono un risultato finale completamente diverso, ma sono soprattutto due modi opposti di interpretare l’automobile, due modi di definire il concetto di veicolo, che trasmettono alla clientela due immagini contrapposte ed antitetiche della vettura utilitaria. Era stato lo stesso progettista della Fiat 500, Dante Giacosa, a dichiarare che gli italiani volevano soltanto “….una piccola automobile e si sarebbero accontentati di piccolo spazio purché su quattro ruote, più confortevole di un motoscooter d’inverno e nei giorni di pioggia, una vettura che doveva competere soprattutto con la Vespa“. La risposta dei potenziali clienti è immediata e non lascia alcun dubbio sulle spiccate capacità di previsione e di intuizione dei vertici dell’Autobianchi, i quali hanno previsto in anticipo che l’italiano ormai non desidera soltanto un mezzo di trasporto per muoversi, magari assieme alla famiglia, ma sogna qualcosa di più, qualcosa che lo differenzi dalla massa di veicoli anonimi che lo circonda, una vettura un po’ speciale, anche a costo di pagare quasi il 20 % in più di costo d’acquisto: “una fuoriserie di serie“. In poco tempo vengono stravolte le consolidate regole del mercato ed all’insuccesso iniziale della Fiat 500, troppo povera, anonima e spartana, si contrappone l’immediato ed insperato successo della sua cugina milanese che, nonostante il prezzo superiore, surclassa nelle vendite la più povera vettura torinese, attestandosi su 11.000 vetture vendute nel primo anno di produzione. E’ il trionfo della fatua, vanitosa “cicala“ Bianchina nei confronti della spartana “operaia“ 500. I vertici Autobianchi hanno saputo cogliere in anticipo i forti segnali di questa inversione di tendenza dei potenziali acquirenti, gli italiani hanno dimenticato gli orrori della guerra, nei bar e nelle case, al sabato sera, la gente si affolla per vedere alla televisione il seguitissimo programma Lascia o Raddoppia, mentre Carosello dà, con i suoi messaggi, il primo forte impulso al consumismo e l’incremento della produzione interna sta spingendo l’Italia verso quello che diventerà il suo momento più importante: il boom economico. La spinta all’avvento del consumismo viene accelerata anche dallo sviluppo di un nuovo sistema di pagamento: la cambiale, mitico progenitore delle attuali diffusissime campagne del “… compri oggi e paghi a rate tra un anno“. Anche nel mondo del motorismo italiano erano ben vivi e presenti i segnali di questa inversione di tendenza, furoreggiavano in quegli anni le produzioni artigianali di anonimi o più conosciuti carrozzieri (Allemano, Boano, Frua, Ghia, Monterosa, Moretti, Scioneri, Vignale, Zagato solo per citarne alcuni ), carrozzieri che, dopo aver acquistato dalla casa madre l’autotelaio (telaio nudo dotato di parti meccaniche), assemblavano una vettura con una veste personalizzata, secondo i dettami più vari, per i clienti più esigenti, personalizzandole ed accessoriandole con vernici bicolori, con accessori segnale di status symbol che serve a distinguersi. Il successo iniziale della Bianchina è tutto qui, in una formula elementare, tanto semplice, ma che la cromati e con orpelli di tutti i tipi. Queste produzioni avevano un prezzo di acquisto ben più alto della vettura di base, ma appagavano le esigenze di una nutrita nicchia di potenziali clienti attratti dalla personalizzazione, clienti che rifiutavano i canoni comuni e le auto anonime, clienti che desideravano differenziarsi dal popolino, che bramavano un auto che costituisse uno status symbol e che realizzasse l’umano sogno di distinzione sociale, ma ad un prezzo, tutto sommato, accessibile. Una seconda nicchia di potenziali clienti era costituita da chi, pur avendo già acquistato una vettura di serie (in cui il concetto di optional era un termine quasi sconosciuto ), aspirava a differenziarla dalla moltitudine di vetture tutte simili circolanti e si rivolgeva al mercato degli accessori after market, con i quali poteva elaborarla ed abbellirla, sovraccaricandola con profusioni di profili, molure e fregi cromati, orpelli per lo più inutili, ma che negli anni cinquanta costituivano un chiaro indice di opulenza di una vettura. La Bianchina si rivolge proprio a questi potenziali acquirenti: a chi vuole differenziarsi dai comuni possessori della Fiat 500, a chi vuole far percepire una differenza immediata verso chi ha comprato “solo” una vettura di serie, a chi vuole sottolineare quel qualcosa in più, quel prestigio, quella distinzione nei confronti di chi possiede l’utilitaria, magari firmando un mare di cambiali, a chi appaga la propria vanità non sentendosi a suo agio nella supereconomica Fiat 500. La vettura piace anche al professionista, come macchina da città per tutti i giorni, senza però sminuirne la sua immagine professionale, ma soddisfa anche la vanità delle signore bene e degli impiegati rampanti garantendo quel tocco in più, quel che la dirigenza Fiat non aveva saputo cogliere: per pochi soldi in più si poteva avere una vetturetta ben diversa dalle alternative di mercato, una vetturetta fuoriserie di serie! La meccanica e le parti strutturali sono uguali sia per la Fiat 500 che per la Bianchina, motore bicilindrico raffreddato ad aria di soli 479 cc con 13 CV di potenza massima, per una velocità di poco più di 80 Km/h. Identiche le carreggiate ed il passo della vettura, mentre la carrozzeria della Bianchina è di 2 cm più larga e 4 cm più lunga e vanta inoltre un peso superiore di 30 Kg rispetto alla 500, differenza dovuto alle lamiere di maggiore spessore utilizzate ed agli accessori ed alle finiture superiori di cui era dotata.

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 L'articolo è stato pubblicato sul numero 6/2008 di epocauto