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Notevole lo slancio anteriore conferito anche dagli strumenti di disegno specifico col corpo “a uovo” e molto inclinati. Si noti sulla gamba della forcella il tappo che chiude la sede per il catadiottro obbligatorio in Usa.

 

Kawasaki 900 (1972-77) - Potenza sotto controllo

Quando al Salone di Colonia del 1972 la Kawasaki presenta la 900 Super 4 il pubblico rimane a bocca aperta. Elegantissima nelle forme e, come tutte le “giapponesi”, curatissima nelle finiture, è davvero una “supermaxi”, che esibisce appunto un bel 4 cilindri e 4 tempi, per giunta con distribuzione a doppio albero a camme in testa rara all’epoca su una moto da turismo. Tutt’altra meccanica insomma rispetto a quella delle selvagge 3 cilindri 2 tempi 500 Mach III e 750 Mach IV lanciate nel 1969 e nel 1971. La cilindrata è di 903 cm³, la potenza dichiarata di ben 82 CV, la velocità massima di oltre 210 km/h; perciò in quel momento è la moto stradale più grossa, potente e veloce. Quanto a prestazioni le si avvicina solo la Laverda 1000 che però, lo si capirà presto, è più pesante, scomoda e impegnativa da guidare. Se per il pubblico si tratta di un colpo di scena, non lo è per la Casa di Akashi, che in fatto di 4 tempi una certa esperienza l’ha maturata fin dal 1963, dopo aver acquisito la Meguro, la Casa giapponese nota per i suoi modelli con quel tipo di motori, e aver lanciato nel 1965 la sua bicilindrica 500 Meguro K2 chiaramente ispirata alle analoghe BSA. L’origine della Kawasaki 900 risale alla seconda metà degli anni 60, quando, con particolare attenzione al mercato statunitense, nasce in gran segreto il progetto di massima non a caso chiamato in codice “New York Steak” (bistecca di New York), per sviluppare una moto da granturismo con prestazioni estreme, ma nello stesso tempo più docile e stabile e che beva e fumi meno delle Mach III e IV. Il responsabile è l’allora trentaduenne ingegner Ben Gyoichi Inamura, che ritenendo superati i 4 tempi a 2 e 3 cilindri di scuola britannica e italiana, col progetto esecutivo N 600 del 1967 punta su un 4 cilindri a doppio albero a camme in testa, con una cilindrata di 750, la massima secondo gli standard dell’epoca. Nel 1968 la nuova “maxi” di Akashi è quasi pronta per il lancio, se nonché al Salone di Tokyo di quello stesso anno la Honda presenta a sorpresa la sua CB 750 Four. Frustrato più che irritato per quel fulmine a ciel sereno, Inamura reagisce d’impulso progettando addirittura una 1200 con potenza di 100 CV...

Il design fu affidato allo studio McFarland di New York per accattivarsi maggiormente la clientela statunitense. Il caratteristico parafango anteriore aderente e il “codino” dietro la sella, inedito all’epoca su una moto da turismo, sono adottati con forme differenti su altre Kawasaki coeve. Si notino i fianchetti raccordati alla sella e al serbatoio. La terza serie Z1B protagonista del servizio è quella con la livrea più convincente: Candy Super Blue (nella foto) o Candy Super Red, entrambe con fasce nere e oro e filetti bianchi. Sotto, la targhetta sui fianchetti di questo esemplare è ancora quella adottata sulla prima serie Z1 e sulla seconda serie Z1A.

 

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Articolo completo su epocAuto di SETTEMBRE 2023 a firma di Maurizio Schifano

 

 

 

 epocauto 5 2023

  

 

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